È arrivata l’ora di entrare al Bar Sport. La prima cosa che incontriamo, elemento fondante della vita da bar, è il caffè. Così recita quello che Fernando Pellerano ha definito «geniale incipit» del libro:
«L’uomo primitivo non conosceva il bar. Quando la mattina si alzava, nella sua caverna, egli avvertiva subito un forte desiderio di caffè. Ma il caffè non era stato ancora inventato e l’uomo primitivo aggrottava la fronte, assumendo la caratteristica espressione scimmiesca».
Anche Comici spaventati guerrieri si apre con il caffè, o più precisamente con la caffettiera, in primo piano. Nella prima pagina del romanzo un uomo del futuro, guardando al nostro tempo, afferma:
«Il paesaggio era molto diverso dal nostro. In agglomerati di abitazioni chiamati città vivevano milioni di uomini dentro case altissime e uguali. Nell’era detta del Vecchio con la Caffettiera (dal nome del più antico reperto trovato) risulta che esse fossero più densamente abitate nelle zone dell’anello esterno, le cosiddette periferie».
(Stefano Benni, Comici spaventati guerrieri, p. 9)
Nelle prime scene del già citato film tratto da questo libro, Musica per vecchi animali, la Civiltà della Caffettiera viene evocata non solo dalle parole ma anche dal graffito di un uomo che regge una cuccuma. Anche nei tentativi di bar preistorici descritti nella prima pagina di Bar Sport, uno dei passatempi era «farsi sui muri delle caricature, che tra di loro chiamavano scherzosamente graffiti paleolitici». Al di là dell’ironia sottesa a questi esempi, Benni utilizza «questo oggetto semplice, la caffettiera» come oggetto capace di generare, in futuro, «una potenziale storia del passato» (Conversazione con Stefano Benni, in Scrittori a Verona. Conversazioni con Ippolita Avalli, Stefano Benni, Marco Lodoli, Sandra Petrignani e Sebastiano Vassalli, p. 41-66: 47). La caffettiera e il suo contenuto costituiscono quindi un simbolo della naturale necessità umana a vivere in società e alla creazione di comunità, che se nel nostro tempo si è concretizzata in quella che banalmente abbiamo definito “vita da bar”, è sempre stata (ma forse non sempre lo sarà, sembra dirci Comici spaventati guerrieri) connaturata al consumo del caffè.
Questa è la copertina del «primo trattato interamente dedicato al caffè, che fu pubblicato a Roma nel 1671. Prima di lui solo l’accenno di qualche botanico in volumi per specialisti sulle piante esotiche, dopo di lui una produzione sempre più vasta», come ci informa Lucio Coco nella Nota introduttiva premessa alla più recente traduzione di quest’opera (L’arte di bere caffè, p. 7-16: 7). Antonio Fausto Naironi è il nome latinizzato di Mehrej Ibn Nimrûm, padre maronita di origine libanese ma nato nel 1628 a Roma, dove si era trasferita la famiglia. Oltre che alle virtù della pianta e della bevanda, «Naironi è attento anche all’aspetto sociale e relazionale implicato nel rito del caffè» (ivi, p. 13). L’uso di bere il caffè infatti si diffonde in Europa all’inizio del Seicento, ma nei paesi del Medio Oriente, in particolare in Egitto, da quasi due secoli veniva «venduto in locali pubblici non diversamente dal vino presso di noi»(Prospero Alpino, De plantis Aegypti liber, cap. 16, citato da Coco nella Nota introduttiva, p. 9).
Il volume è integralmente consultabile online.
Antonio Fausto Naironi, De saluberrima potione cahue, seu cafe nuncupata discursus Fausti Naironi Banesii Maronitæ, linguæ Chaldaicæ, seu Syriacæ in almo vrbis archigymnasio lectoris, Romæ, typis Michaelis Herculis, 1671.